Marzo 2026
“San Jorge esiste. E resiste.”
Intervista a Iris
“San Jorge esiste. E resiste.” non è solo il titolo di questa intervista: è una dichiarazione, quasi un atto di presenza. In un contesto segnato da fragilità profonde, disuguaglianze radicate e diritti spesso negati, San Jorge continua a vivere, a lottare, a costruire legami.
Attraverso questa intervista conosciamo Iris che, da qualche mese, lavora nel Centro Sociale Comunitario di Jardin a Posadas. Le sue parole ci accompagnano dentro la quotidianità del quartiere e ci restituiscono un racconto fatto di ascolto, incontri e responsabilità: quello di chi sceglie di stare accanto alle persone, non solo per osservare, ma per agire.
Attraverso la sua esperienza emergono storie concrete, volti, vite che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico. Ma emerge anche qualcosa di più profondo: la forza della comunità, la dignità delle famiglie, la capacità di resistere anche nelle condizioni più difficili.
Questa intervista è un invito a guardare oltre la distanza geografica, a riconoscere San Jorge non come “altrove”, ma come uno specchio che ci riguarda. Perché parlare di diritti, di cura e di giustizia sociale significa, prima di tutto, scegliere da che parte stare.

Sono Iris Candia, assistente sociale e referente del progetto “El Sol de San Jorge”, sostenuto dall’Otto per Mille della Chiesa Valdese attraverso l’associazione italiana Jardín de los Niños. Il mio arrivo qui non è stato casuale. È iniziato con una catena di incontri con persone che mi hanno raccontato i progetti ma, soprattutto, mi hanno trasmesso una visione. Ho capito subito che non si trattava solo di interventi: si trattava di comunità, di territorio, di persone.
E per chi, come me, ha scelto il servizio sociale, la comunità non è un dettaglio: è tutto! È il luogo dove i diritti umani prendono forma — o vengono negati. La prima cosa che ho fatto è stata ascoltare il territorio, conoscerlo davvero. Perché San Jorge non è un quartiere qualsiasi: è un mondo complesso, fatto di zone più formali come Antenas e di aree informali come La Tablada, Cantera e Cariñito. È un territorio vasto, stratificato, con una storia che pesa e insegna. Perché senza conoscere il passato, è impossibile costruire un futuro giusto.
Cosa hai scoperto vivendo il quartiere ogni giorno?
Le storie. Le voci. I volti.
Parlare con famiglie, bambini, adolescenti, anziani, è stato come aprire una porta sul tempo. Mi hanno raccontato com’era San Jorge trent’anni fa e cosa è diventato oggi: qualcosa è migliorato ma la precarietà resta. E spesso si nasconde nelle cose che diamo per scontate, come l’acqua: l’accesso all’acqua potabile, che per molti è un gesto quotidiano automatico, qui può diventare una conquista. E allora capisci che il tuo ruolo non è solo osservare, ma agire. Non basta indignarsi: bisogna costruire soluzioni. L’università ti dà gli strumenti ma è il quotidiano, è lo stare accanto alle famiglie, che ti insegna davvero cosa significa vivere e sopravvivere in queste condizioni.
Cosa ti hanno insegnato le famiglie di San Jorge?
Mi hanno insegnato a fermarmi e ad ascoltare: dietro ogni porta c’è una storia intensa, spesso segnata da disuguaglianze profonde ma anche da una dignità silenziosa. Le visite domiciliari sono diventate molto più di un lavoro: sono diventate incontri, ponti, spazi di fiducia. Bastano pochi minuti di ascolto autentico per cambiare qualcosa.
Chi sono gli abitanti di San Jorge?
Sono persone, persone che meritano molto più di quello che hanno. Ho conosciuto un anziano calzolaio che vive qui da oltre trent’anni. Ha una disabilità, una pensione minima, eppure continua a lavorare. Non per scelta, ma per necessità. Ogni giorno deve decidere: mangiare o comprare medicine. E allora ti chiedi: com’è possibile?
Eppure, in mezzo a tutto questo, c’è anche uno spiraglio: oggi riceve pacchi alimentari grazie all’associazione e può finalmente sedersi a tavola con un po’ di serenità. Poi ci sono i bambini. Bambini che non giocano, ma lavorano, che al mattino presto spingono carretti improvvisati, cercando tra i rifiuti qualcosa che possa servire. Infanzie interrotte.
E ci sono le donne, madri, spesso sole, a volte giovanissime, altre già nonne. Donne che tengono insieme tutto, anche quando tutto sembra crollare. Vivono in case fragili: pareti di legno consumato, tetti di cartone. Spazi in cui il caldo e il freddo entrano senza chiedere permesso. Madri che dormono accanto ai loro figli, vigilando tutta la notte. Madri che vendono ciò che hanno per comprare pannolini. Ho imparato da loro che la cura è nutrimento. Che l’affetto, a volte, è l’unica risorsa che non manca.
Cosa può davvero fare la differenza?
Le azioni isolate non bastano, serve uno sguardo integrale. Perché la casa è importante, sì, ma lo sono anche la scuola, la salute, l’accesso ai servizi. I diritti non si possono dividere. Se un bambino non può studiare o curarsi, stiamo fallendo come società, prima ancora che come professionisti.
E poi c’è una cosa fondamentale: nessuno si salva da solo. A San Jorge ho visto qualcosa di potente: la forza della comunità, i vicini che si organizzano, collaborano, lottano insieme per migliorare le proprie condizioni. Non è scontato, è una risorsa enorme. Che si tratti di acqua, elettricità o gestione dei rifiuti (problemi che qui hanno conseguenze dirette sulla salute), la comunità c’è e agisce.
Quali qualità servono per lavorare in contesti così complessi?
Ascoltare davvero. Non basta sentire: bisogna comprendere. Serve empatia, rispetto, gentilezza, ma anche umiltà. Perché non siamo noi a “insegnare” alla comunità: è la comunità che insegna a noi.
Ogni famiglia ha i suoi tempi, le sue priorità, le sue ferite. Non possiamo imporre soluzioni ma possiamo accompagnare. E serve una cosa che spesso dimentichiamo: lasciarsi toccare. Se non ci commuove ciò che accade accanto a noi, diventa impossibile costruire qualcosa di autentico.
Come immagini il futuro di Jardín de los Niños a San Jorge?
Lo immagino pieno di possibilità perché questa associazione ha tutto: spazio, competenze, persone preparate. Ma soprattutto ha un’anima. Se continueranno ad esserci impegno, etica e visione, si potranno costruire interventi sempre più forti, capaci non solo di aiutare, ma di trasformare.
L’assistenza, da sola, non basta. Deve essere immediata, sì, ma anche accompagnata da un lavoro profondo, che promuova diritti e prevenga nuove fragilità. I bisogni sono tanti ma esistono anche reti comunitarie, istituzionali, umane. E Jardín de los Niños è una di queste, è un luogo che accoglie, che protegge, che resiste. Io, da questa esperienza, continuo a imparare ogni giorno. Ma una cosa l’ho capita chiaramente: le famiglie di San Jorge sopravvivono, nonostante l’indifferenza, le difficoltà, le ingiustizie.
Eppure, sono lì. San Jorge esiste. E resiste. Anche noi possiamo prenderci cura dei legami che tengono insieme una comunità, perché è da lì che nasce tutto: dalla cura, dalla dignità, dalla volontà di non arrendersi e dalla convinzione che ogni persona meriti diritti, non concessioni.

San Jorge non è solo un luogo lontano: è uno specchio che ci interroga e ci chiede che valore diamo ai diritti, alla dignità, alla vita degli altri.
Le storie che Iris ha raccolto non sono numeri né statistiche: sono volti, mani, sogni che resistono ogni giorno. Sono bambini che meritano di studiare, donne che meritano sostegno, anziani che meritano di vivere con serenità. E la differenza, concretamente, si può fare.
Sostenere le attività di Jardín de los Niños significa trasformare l’ascolto in azione, la solidarietà in opportunità reali: un pasto, un accesso all’acqua, un supporto educativo, una presenza che non lascia sole le famiglie.