Luglio 2026
ITALIA
LUCIA E JARDIN DE LOS NIÑOS:
storia di un cammino condiviso
L’impegno di Lucia con Jardin de los Niños è iniziato grazie all’associazione Mondo Giusto di Lecco, di cui era volontaria e con la quale partecipava a viaggi missionari in Africa.
All’interno di Mondo Giusto, Lucia ha conosciuto Mino Bellabona, anch’ egli volontario dell’associazione e figura storica di Jardin de los Niños. È stato proprio Mino a introdurla nel mondo di Jardin e a farle conoscere Emilio Marchi.
Colpita dalla storia personale di Emilio e dalla grave crisi verso cui stava precipitando l’Argentina in quegli anni, ma senza mai dimenticare l’Africa, Lucia ha deciso di sostenere anche i bisogni della popolazione di Posadas, di cui Emilio parlava e raccontava con grande passione.
Il primo viaggio di Lucia a Posadas risale al 1990, un altro lo farà nel 1993. In qualità di infermiera, Lucia vi era andata per svolgere interventi soprattutto di tipo sanitario come il monitoraggio delle condizioni di salute e igieniche e sulla denutrizione infantile.
Questo è un suo ricordo dell’epoca:
Siamo nel 1990, periodo invernale, arrivo in Argentina, zona Misiones e precisamente nella città di Posadas.
Arrivo nel quartiere San Jorge dove da un paio d’anni l’associazione Jardin sta camminando insieme a queste popolazioni, attraverso la presenza di Emilio.
È una zona di discarica, sopra le montagne d’immondizie le persone, soprattutto mamme e tanti bambini hanno costruito le loro case fatiscenti, con corteccia degli alberi, con del cartone e delle plastiche, hanno preparato il loro riparo. È una giornata fredda, molto umida. Mi si presenta un paesaggio surreale, con tanta gioia si avvicinano tanti bambini, quasi spogli, vestiti molto leggeri, capelli arruffati, infreddoliti.
Più tardi vengo a conoscenza delle situazioni familiari, gente precaria, che vive sulla terra di nessuno, provengono da altre realtà, e situazioni di disagio grave, non c’è acqua potabile ma solo una riviera fangosa, col risultato di importanti diarree, malnutrizioni, limitata possibilità di pulizie sia personali che dell’ambiente, non accesso alla scuola. Grande impatto, ribellione nel vedere tutto ciò e inizio a capire e vedere gli interventi diretti di Emilio presso le famiglie, il latte in polvere, per bambini e anziani, persone invecchiate dal forte vissuto. Arriva un raggio di sole che illumina in parte la realtà, come pure l’asilo dove vengono accolti i bambini, nuova realtà di vita che sta crescendo, dando un futuro diverso ai bambini, avranno una vita migliore delle loro mamme, delle nonne, grazie ad una costante presenza che li ha amati, ieri, oggi e domani.
Dal 1994 iniziò a consolidarsi progressivamente l’impegno di Jardin de los Niños in Rwanda, attraverso un numero crescente di progetti e iniziative grazie alla collaborazione con la Caritas Diocesana locale di Ruhengeri. Lucia ne fu promotrice e principale motore, grazie anche alla sua straordinaria capacità di creare reti di collaborazione, coinvolgendo più associazioni in un obiettivo comune.
Dal 1997 al 2002, in Rwanda tutto era emergenza: ogni bisogno era prioritario. Nella sua autobiografia Lucia scriveva che bambini e ragazzi, rimasti orfani perché i genitori erano morti di malattia o erano stati trucidati, si ritrovavano a diventare capifamiglia e genitori dei fratelli più piccoli. Mancavano le case, il cibo era insufficiente e la malnutrizione diffusa; l’AIDS e la tubercolosi si propagavano rapidamente, mentre le gravidanze indesiderate e le violenze aggravavano ulteriormente una situazione già drammatica. Come ricordava Lucia, i militari dicevano: «Se non sei morto di machete, morirai di AIDS, contratta sulla strada per sopravvivere». Al mercato si trovavano le armi e non la farina e altri generi alimentari… tutto da ricostruire, da inventare… da accogliere, da amare…
In collaborazione con le altre associazioni di cui Lucia faceva parte, si è cercato di rispondere a questi bisogni attraverso numerosi progetti, tra cui:
- avvio di mense per i bambini;
- accoglienza di ragazze diventate madri in seguito a violenze e stupri;
- accoglienza degli orfani;
- ricostruzione di abitazioni, quando molte famiglie vivevano ancora sotto i teli di plastica distribuiti dall’ACNUR durante il genocidio;
- creazione del Centro Umwali, dedicato all’accoglienza, all’assistenza, alla formazione e all’alfabetizzazione delle ragazze di strada, mentre i fratelli più piccoli venivano temporaneamente accolti da famiglie sostenute dalla Caritas;
- creazione del Centro Amizero (“Speranza”), il primo hospice del Rwanda dedicato all’assistenza delle persone sieropositive, anche in fase terminale. Le case famiglia della Caritas accoglievano i bambini, permettendo loro di continuare a incontrare settimanalmente le proprie madri;
- organizzazione di corsi di formazione per animatori sociali volontari, incaricati di visitare i villaggi, seguire i casi segnalati dalle Caritas parrocchiali, assistere i malati meno gravi e accompagnare quelli più gravi all’hospice;
- realizzazione di stalle comunitarie e distribuzione di piccoli animali e sementi per promuovere orti familiari e comunitari, favorendo così l’autonomia alimentare e la creazione di fonti di reddito;
- avvio di laboratori di falegnameria e sartoria all’interno del carcere di Musanze, coinvolgendo circa 2.700 persone detenute;
- costruzione di un acquedotto al servizio di circa 30.000 abitanti, al quale venne successivamente collegato anche un ospedale statunitense che assisteva oltre 320.000 pazienti e che fino ad allora riceveva l’acqua tramite autobotti provenienti da oltre 100 chilometri di distanza;
- costruzione di una stalla per garantire latte ai bambini malnutriti e creare una nuova fonte di reddito;
- realizzazione di un caseificio che, grazie alla produzione e vendita di latticini, ha contribuito a sostenere economicamente le famiglie e a renderle più autonome;
- distribuzione di galline a ragazze orfane che non avevano avuto la possibilità di studiare, dopo un breve percorso di formazione di due giorni, per avviare una piccola attività di produzione e vendita di uova.
Leggi qui l’autobiografia di Lucia sui progetti realizzati in Rwanda.
Negli anni successivi sono proseguiti i progetti agricoli per l’autonomia alimentare e lavorativa, le borse di studio per gli studenti, gli interventi sanitari nelle abitazioni e a favore dei bambini nati con il piede torto congenito, i laboratori professionali con la consegna di un kit per l’avvio di un’attività lavorativa e molti altri interventi.
È impossibile conoscere tutti i progetti che Lucia portava avanti, da sola o insieme ai suoi amici. Le sue idee erano inesauribili: aveva una mente vivace, sempre in movimento, capace di trasformare ogni intuizione in un’opportunità concreta per aiutare gli altri.
Organizzava pranzi e cene di raccolta fondi coinvolgendo centinaia di persone.
Realizzava a mano oggetti di artigianato, cucendoli e assemblandoli, per sostenere le varie attività.
Era la nostra instancabile promotrice della Campagna Natalizia, impegnata nella distribuzione di pandori e panettoni solidali.
Almeno due volte all’anno partiva per il Rwanda, nel cuore della notte da Abano Terme per raggiungere l’aeroporto di Venezia e prendere il volo delle sei del mattino. Percorreva migliaia di chilometri per incontrare nuove persone, creare relazioni, costruire collaborazioni e trovare le risorse necessarie per trasformare i progetti in realtà.
Lucia ci ha lasciato progetti, opere e risultati concreti, ma soprattutto un modo di vivere la solidarietà: fatto di relazioni, tenacia e fiducia nelle persone.
Credeva che ogni intervento dovesse restituire dignità, autonomia e speranza. Per questo non si è mai limitata a rispondere a un’emergenza, ma ha sempre cercato di costruire opportunità destinate a durare nel tempo.
Oggi il suo esempio continua a vivere nelle persone che ha incontrato, nelle comunità che ha sostenuto e in tutti coloro che, raccogliendo il suo testimone, continuano a trasformare la solidarietà in gesti concreti.





