Luglio 2026
ITALIA
LUCIA, UNA VITA PER L’AFRICA
da un’autobiografia del 2013
Sono Lucia Bressan, nata il 18 giugno del 1952 ad Abano Terme (PD).
La mia è stata una famiglia patriarcale, con i nonni, gli zii con le famiglie: tutti insieme eravamo in 11 persone. Ai pasti c’era la tavola per i bambini e una per gli adulti e una zia aveva la gestione di tutta la famiglia.
Gente semplice di umili origini, agricoltori: una piccola stalla con alcune mucche e i maiali; nell’aia davanti la casa colonica in libertà c’erano polli e anatre. Abbiamo tutti sempre tanto lavorato nella campagna per avere un reddito sufficiente per mantenere tutti noi e le porte erano sempre aperte per accogliere ogni persona che passava e si trovava in difficoltà. Tutti i valori ricevuti dai miei familiari sono stati messi in pratica anche nei progetti futuri, nelle piccole cose da realizzare a misura di persona, come il progetto dei polli, la stalla, i maiali, le piccole realizzazioni che permettono ad ogni famiglia di avere l’autonomia, sia in Veneto che in Rwanda.
Nel 1966 il nonno è deceduto e quindi le famiglie si sono divise in piccoli nuclei e perciò la campagna era limitata. Anche mia mamma ha trovato un lavoro fuori casa e io e mia sorella, nelle vacanze della scuola, apportavamo il nostro contributo per la famiglia e per il sostegno scolastico. Finite le scuole medie ho lavorato come infermiera generica, studiando nel frattempo per diplomarmi, facendo un tirocinio il più ricco possibile per raggiungere il mio obbiettivo: 3 anni di studio per diventare infermiera professionale, e poi la possibilità di una partenza in terra di missione. Nel 1981 chiesi un’aspettativa dal lavoro per studio, mi iscrissi a Roma all’università Urbaniana per un corso annuale di missionologia per essere pronta a partire per lo Zaire (ex Congo Belga).
Al rientro nel 1982 conobbi l’Associazione Mondo Giusto di Lecco (AMG). Ci si incontrava mensilmente a Mestre (VE). È stato facile per me, della provincia di Padova, unirmi a loro per conoscere i volontari rientrati, ascoltare le loro testimonianze, la loro realtà nello Zaire, i diversi ambiti del settore agricolo, sanitario, idrico, formativo… e accrescere in me il desiderio di mettere a servizio le mie competenze.
Sembra ieri, invece sono trascorsi 30 anni, dalla prima volta che partii per l’Africa: la Repubblica Democratica del Congo, nel Nord Kivu, Diocesi di Butembo-Beni.
Dopo aver frequentato un corso di medicina tropicale ad Anversa (Belgio), nell’agosto dell’83 partii per i primi 2 anni di volontariato, chiedendo l’aspettativa con la Legge 49 sulla cooperazione internazionale (senza assegni), per un progetto sulla prevenzione e recupero del bambino malnutrito e tutto ciò che lo circonda per arrivare ad evitare di deturpare un piccolo corpicino… terribile, quanti… ogni giorno 120-150 bambini, quanta strada per le mamme per arrivare al centro sanitario con i piccoli, con edemi al volto, le gambe piagate, non in grado di camminare, con il malnutrito sulla schiena, un altro a mano e forse anche uno in grembo.
Due anni intensi: la realtà locale, la lingua, l’adattamento… un tempo proficuo per i vari progetti e tutto ciò che ne consegue, come la formazione dei locali, le visite a domicilio, la medicina preventiva, le vaccinazioni, l’educazione sanitaria, al centro e nei villaggi con gli animatori, ecc… un tempo molto ricco da un punto di vista umanitario, gratificante per la risoluzione dei danni sui bambini, con poco in quanto a denaro e a mezzi materiali ma con il contributo e l’appoggio dei volontari di AMG.
Dopo questa prima ed intensa esperienza, l’amore, la compartecipazione e l’empatia per queste popolazioni meno fortunate, sono aumentate a dismisura.
Nell’86 rinnovai ancora per 2 anni la mia presenza nel Kivu. Iniziai con un’infermiera di Lecco, Maria Teresa, e quindi il lavoro divenne molto più esteso: si è avuto la possibilità di raggiungere più villaggi e più lontani, avendo a disposizione una Land Rover vecchia di oltre 30 anni. Già l’Aids si faceva conoscere: essendo noi alla frontiera con l’Uganda, molte persone venivano in Congo alla ricerca di un trattamento. Infatti allora l’Uganda non era in grado di curare i propri cittadini mentre a Beni era noto che si poteva.

In Congo, come in altre parti, i grandi spazi sono sotto l’ombra di un albero. Le vaccinazioni si effettuavano dalle prime ore del mattino. Al sorgere del sole si partiva con gli animatori e dopo 2 ore di marcia si arrivava: lì molte mamme erano già presenti e fino alle 16, 300-400 bambini venivano vaccinati, pesati, si davano lezioni di educazione sanitaria con i grandi cartelli che raffiguravano gli alimenti locali o altri argomenti come: la casa, le malattie, le verminosi, la malnutrizione, l’acqua, il wc, le vaccinazioni e i suoi benefici… E le mamme catechiste, responsabili delle cappelle di villaggio, erano il nostro tramite per indirizzarci i malnutriti e inviarli l’indomani al centro nutrizionale per esami di laboratorio e controllo approfondito del bambino.
Sono state fondamentali anche le visite domiciliari per conoscere la vita, le difficoltà familiari, la presenza dei papà, il loro ruolo di responsabilità… o meglio il loro non ruolo.
Nell’88 il lavoro è stato trasferito agli animatori locali che già camminavano con noi e il dispensario è stato passato alla gestione da parte di una infermiera locale con la supervisione della Congregazione delle Suore Oranti, presenti in loco. Rientrai in Italia, ripresi il lavoro all’ospedale, ma ogni estate le ferie erano a Beni, per mantenere una certa continuità con i progetti.
Nel 1991 mi trovavo a Rutshuru, 70 km a nord di Goma, città di frontiera con il Rwanda. Iniziarono le prime rappresaglie, il terrore notturno, tutta la popolazione abitante vicino alla casa dei volontari di AMG si rifugiava nel nostro cortile alla ricerca di protezione e fu così per gli anni a seguire finché nel 1994, il 6 aprile, il terribile genocidio ebbe inizio. Allora l’ambasciata italiana ci ha obbligato a rientrare.
Ma al vedere quelle immagini, terrificanti, quelle malvagità-atrocità, chiesi ancora un’aspettativa dal lavoro che venne concessa ad agosto per 12 mesi.
Partii, grazie anche al sostegno finanziario di Jardin de los Ninos, di cui già facevo parte, e che operava in Argentina. Quindi iniziò una nuova avventura in terra d’Africa.
Assieme ai volontari di Mondo Giusto preparammo l’accoglienza in tende non impermeabili (tra l’altro era il periodo delle grandi piogge) date dall’Unicef, per accogliere 300 bambini soli, scappati con gruppi di adulti e dispersi, dopo giorni di cammino: nei loro occhi il terrore, la fame, la malaria… insieme abbiamo sperimentato tutte le peggiori situazioni inimmaginabili… entrare nelle capanne costruite con i rami degli alberi, nel fango, assistere le mamme per dare alla luce i piccoli… senza nulla per avvolgerli, a volte solo una scatola delle scarpe come bara per mettere un corpicino nato morto.
La zona era una terra martoriata. Capanne sopra i vulcani spenti, persone scalze, piedi piagati, malaria, freddo, pioggia, fame, razzie, fosse comuni, mancanza di acqua, di legna, la ricerca di un lavoro da parte dei rifugiati che, a 10 km a sud di Rutshuru, erano circa 500.000, per avere in cambio un po’ di cibo dai locali: una moltitudine di persone in cammino, ogni giorno un esodo, un tempo forte in una terra difficile. È stata un’esperienza che ha segnato ulteriormente la mia vita…
Dopo alcuni mesi di permanenza nei campi profughi, bussai anche alla Caritas Antoniana di Padova per far fronte all’emergenza cibo e medicinali. Hanno appoggiato il sostegno e si è iniziato a collaborare anche con loro: potei così entrare dove gli aiuti umanitari dell’ACNUR faticavano ad arrivare.
Dopo un po’ di tempo, i bambini si sentivano quasi a casa, erano rassicurati, protetti, a proprio agio, coccolati, amati, curati, sfamati. La mia presenza tra loro era senza tempo… tutto è stato possibile grazie alla presenza di giovani ragazze rifugiate anche loro che fungevano da mamme per i piccoli avendo creato in ogni tenda una piccola famiglia di circa una decina di persone.
Nei primi giorni dell’agosto del ‘95 un gruppo di volontari provenienti dalla impresa Pietro Carsana e C. S.r.l. venne a costruire un grande serbatoio per l’acqua, regalando il tempo delle loro ferie estive. Tutto ciò assieme alla presenza degli organismi internazionali. Ma poi quella domenica del 6 agosto… cinque giorni dall’arrivo dei volontari italiani, partiti dopo la messa domenicale per un giro al parco vulcanico dei Virunga, alle 12, ancora vedo vivida l’immagine dell’auto con i corpi martoriati da una violenza inaudita, è rientrata con i 6 volontari uccisi (4 adulti e 2 bambini). Erano tutte persone speciali. Avrei dovuto essere con loro, accompagnarle, ma al campo era necessaria la mia presenza per aiutare una mamma a partorire…
La morte di un bianco può scuotere l’opinione internazionale, ma la morte di 1000 locali non può muovere foglia… considerazioni diverse sul valore della vita umana…
Io sono rimasta ancora, la solidarietà tra i rifugiati è stata molta, il cordoglio unanime.
Poi, quando i campi profughi sono stati distrutti e le persone obbligate al rientro in Rwanda, è iniziata la mia collaborazione con la Caritas Diocesana di Ruhengeri, località abitata da oltre 1.000.000 di persone. Parallelamente è proseguita la collaborazione con Mondo Giusto, Jardin de los Niños e la Caritas Antoniana.

Nel post genocidio Caritas Ruhengeri ha seguito 6715 bambini orfani creando delle fraties (piccoli gruppi di 5-6 bambini di età diversa): 1120 piccoli nuclei familiari di mutuo aiuto (3116 maschi e 3599 femmine) che Caritas segue costantemente (i più grandi nel lavoro e i piccoli nella scuola).
Piano piano, attraverso i numerosi progetti, si ripristina il tessuto sociale, la volontà delle persone di riuscire, di accompagnarli in progetti di promozione sociale, di formazione, di sviluppo, di recupero dei malati sieropositivi, delle famiglie, la formazione delle cooperative delle vedove sieropositive che dopo la formazione, grazie al microcredito, hanno dato lavoro ad altre donne che non avevano la possibilità di mantenere i figli e a cascata non meno di 10.000 persone hanno beneficiato e stanno beneficiando di questa affascinante microrealizzazione come fonte di reddito.
È importante entrare nelle famiglie, impregnarsi dell’odore della vita, ascoltare le persone, ringraziare ogni giorno Colui che mi dà la forza di ricominciare a condividere il Vangelo di Cristo con persone umili e bisognose.

La mia presenza in Diocesi di Ruhengeri e dintorni (1.100.000abitanti, 13 parrocchie, metà della popolazione è giovane, in cerca di un futuro) è quasi costante.
La collaborazione con le donne, le vedove, loro sono il perno dell’Africa dove gira tutta l’economia del paese, alla ricerca di un futuro migliore. Ora arrivando a Kigali, la capitale di questo piccolo stato di 11milioni di abitanti, si nota un grande cambiamento, si sta verificando una forte evoluzione, cantieri in costruzione ovunque, grande attenzione verso l’ambiente, vie eleganti, gli hotel, le piscine, i ristoranti, i negozi dei cinesi, le aiuole, gli spazi verdi… per le vie del centro ovunque si incontrano persone che puliscono… persone che hanno fretta, macchine eleganti, quartieri lussuosi con bambini a fare da boy per la cucina, per i figli dei ricchi
Ma l’altra faccia della medaglia la si incontra subito fuori Kigali, dove le baraccopoli di paglia, nelle colline, hanno lasciato spazio alle lamiere, per non rovinare l’immagine del paese e in certi quartieri eleganti chi non ha le scarpe non entra… In alcuni posti davanti ai rubinetti si vedono code interminabili di persone, soprattutto bambini, per l’approvvigionamento dell’acqua che trasportano sulla testa in bidoni che pesano più di loro. Allontanandosi un po’ si incontrano sentieri di fango con canaletti di fognature a cielo aperto.
Il popolo ruandese non vuole più tendere la mano ed elemosinare, ma creare il proprio futuro, pescare il pesce quotidiano, determinarsi degli obbiettivi e con la tenacia realizzarli. Molto si è fatto, in questi anni, insieme a loro, protagonisti del proprio destino, ma la strada è ancora lunga, ma piano piano… arriveranno a vedere la luce…
